L’ultima Assemblea del PD

febbraio 21, 2017 § Lascia un commento

Domenica 19 febbraio,  ho partecipato  all’ Assemblea  Nazionale PD, ne faccio parte dal  dicembre 2013 come componente, e ieri è stata l’ultima convocazione del ciclo iniziato dopo l’ultimo congresso, vinto da Matteo Renzi, che ieri si è dimesso, chiudendo questo percorso.

Sono entrata come rappresentante di una mozione di minoranza che faceva riferimento a un candidato segretario che non sta più in questo Partito da tempo.  Io sono rimasta, con altri compagni.

Una giornata faticosa e non bella, che mi ha fatto pensare alla costruzione della tela di Penelope, con un alternarsi paradossale di tentativi di tessitura e di ricostruzione a interventi che andavano nella direzione opposta,  vanificando i tentativi  di avvicinamento e i richiami all’unità.

Sono nel PD dalla sua nascita ho partecipato ai suoi primi momenti fondativi, è stato il primo Partito di cui ho preso una tessera, e l’ho fatto perché gli ho riconosciuto la capacità di essere plurale e di cercare di raccogliere al suo interno differenti anime ma allora capaci di confrontarsi e di dialogare.

La giornata di ieri  racconta un altro partito, dove ‘la dialettica non c’è più e si è trasformata in conflitto’ come ha detto Cuperlo, in un conflitto non gestito, che si traduce in  prove di forza autoreferenziali,  che non lascia vincitori, ma ci ha fatto perdere il contatto con il reale, con il Paese. Continuo a considerare un errore profondo essere arrivati ad una probabile  divisione, ma più forte sento la necessità di tornare a parlare al Paese, del Paese, dei suoi bisogni e di cosa vogliamo fare, quali risposte dare, non dei dissidi di partito. Sono più interessata a questo : cosa diciamo, per cosa ci battiamo come partito?

Abbiamo perso molto tempo, ma spero si comprenda a breve se il PD sia ancora un Partito contendibile, capace di includere al suo interno  voci differenti oppure ormai legato esclusivamente alle sorti di  un uomo solo. Anche questo darà la misura del significato di restare e di cosa fare al suo interno. Invito anche a ragionare su quanto sia opportuna  la coincidenza di entrambe i ruoli di segretario e di candidato a futuro premier, gli esiti  di questi anni non incoraggiano a tornare su quella strada.

Ma davvero  torniamo fuori dal nostro acquario e guardiamo alla società insieme ad altri che ci assomigliano e stanno provando a fare lo stesso a Milano e nel Paese, per contrapporre altri valori e proposte all’ondata del populismo che invece non ci assomiglia e ha facce diverse.

Nell’amarezza di fine giornata mi ritrovo in alcuni degli interventi che vi riporto qui.

Walter Tocci  : http://www.unita.tv/speciali/assemblea-nazionale-pd-intervento-di-walter-tocci/

Walter Veltroni : http://www.unita.tv/speciali/assemblea-nazionale-pd-intervento-di-walter-veltroni/

Daniele Viotti : http://www.unita.tv/speciali/assemblea-nazionale-pd-intervento-di-daniele-viotti-2/

Gianni Cuperlo: http://www.unita.tv/speciali/assemblea-nazionale-pd-intervento-di-gianni-cuperlo-2/

Andrea Orlando: http://www.unita.tv/speciali/assemblea-nazionale-pd-intervento-di-andrea-orlando/

 

 

#DressLikeAWoman

febbraio 13, 2017 § Lascia un commento

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Un anno di #DonaregliOrgani:una scelta in Comune

febbraio 13, 2017 § Lascia un commento

E’ passato un  anno dall’avvio in @ComuneMi del progetto “Donare gli organi: una scelta in Comune”, l’iniziativa che permette di dare il consenso alla donazione degli organi e dei tessuti semplicemente con un firma in occasione del rinnovo e rilascio della Carta di identità in tutti gli sportelli anagrafici del Comune.

Sono felice di poter conoscere i risultati, era il  dicembre 2014 quando chiedevo in aula  di Consiglio che si potesse legare la donazione alla Carta d’Identità, e sono certa che questa semplificazione sarà d’aiuto a chi ha in mente questo  gesto di generosità grande.

 

https://paolabocci.wordpress.com/2014/12/01/il-donatore-di-organi-si-vede-sulla-carta-art-21/una_scelta_in_comune_img_2-png

 

Un mio articolo su ArcipelagoMilano: La Cultura in Italia e a Milano, tra crescita di consumi e contrazione di risorse pubbliche.

febbraio 13, 2017 § Lascia un commento

 

Milano guida il risveglio culturale del Paese

 

 

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#ImpresaCultura: la Cultura in Italia nel Rapporto annuale di Federculture, 17 gennaio, MudecMi

gennaio 17, 2017 § Lascia un commento

Oggi pomeriggio,  ho avuto l’opportunità di introdurre la presentazione del  Rapporto annuale di Federculture e moderare l’incontro. Un incontro ricco di riflessioni iniziato con la sintesi dei dati da parte del Direttore di Federculture ClaudioBocci, a cui hanno fatto seguito i contributi di Carlo Fontana, Presidente di @Agisweb, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Presidente Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Renzo Iorio, Presidente Gruppo Tecnico Cultura e Sviluppo Confindustria, Andrea Rebaglio, Vice Direttore Area Arte e Cultura  di Fondazione Cariplo, FilippoDelCorno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Andrea Cancellato, Presidente Federculture.

Qui il mio intervento di apertura e alcuni materiali, predisposti da Federculture

Ringrazio  Federculture e gli Enti che hanno contribuito alla realizzazione dello studio, Fondazione Cariplo, SIAE BNL, AGIS, ACEA, per aver dato alla città questa bella opportunità di approfondimento e condivisione degli spunti e le sollecitazioni di questa pubblicazione.

Una pubblicazione ogni anno molto attesa da operatori e istituzioni culturali, perché restituisce un quadro di riferimento articolato e composito dello stato della cultura in Italia. Uno studio che incrocia ricerche quantitative, numeri e dati con una rassegna corposa di contributi tematici di esperti: sulle dinamiche che regolano il settore, sulle riforme e gli strumenti messi in campo dal Governo, sulla Governance, sulle politiche culturali locali, portando esempi di modelli innovativi e virtuosi, sui rapporti tra cultura e impresa, sull’occupazione culturale, sul ruolo della cultura nelle politiche comunitarie d’Europa, per citarne solo alcuni.

Il rapporto raccoglie ricerche e indagini statistiche  (che leggono la realtà e ci consentono di ricostruire i rapporti tra cultura e territori, cultura e turismo, investimenti pubblici e privati) completandole con approfondimenti che la interpretano e avanzano proposte, costituendo uno strumento importante, utile alla comprensione dei fenomeni e quindi all’elaborazione di politiche e strategie di culturali.

Fin dalle prime pagine di questo rapporto si sottolinea che la cultura è tornata ad essere una risorsa per il Paese, un valore e la spesa dei cittadini in cultura è in crescita.

Nei diversi trend analizzati dal Rapporto Annuale l’evidenza positiva  è che la spesa degli italiani per  la cultura è aumentata, che c’è stato un incremento del consumo (con un sensibile aumento soprattutto tra i più giovani), della fruizione culturale e del turismo culturale.

spesa

(*infografiche dal sito http://www.federculture.it/2016/07/presentazione-rapporto-annuale-federculture-2016.)

La pubblicazione di Federculture ha anche il merito di sollevare questioni, di porre domande, e di non nascondere le criticità ancora irrisolte: l’astensione culturale, cioè la totale assenza di consumo culturale, che riguarda ancora  il 18,5% della popolazione (circa 11 milioni di italiani ) e il divario tra Nord e Sud, ancora molto significativo (ad esempio se la  spesa media mensile nazionale delle famiglie dedicata a cultura, spettacoli e ricreazione arriva a 126,41 euro, nel Nord-Est è di 159 euro, nel Centro il dato è di 128 euro e nel Sud e nelle Isole rispettivamente di 84 e 78 euro).

C’è un’analisi puntuale sulle riforme recenti e sugli strumenti  di governo, nei diversi settori della cultura, che evidenzia l’incremento degli investimenti e degli strumenti a supporto delle politiche culturali, e le politiche di investimento sono più strutturali e di natura organica, segno che la politica è più consapevole della centralità della cultura come risorsa e motore di sviluppo.

Ma sono evidenti le difficoltà e gli sforzi compiuti in ambito culturale dalle Amministrazioni degli Enti locali, l’impoverimento degli investimenti  dele amministrazioni comunali, perché nelle amministrazioni locali in tempo di crisi e di diminuzione delle entrate, per far quadrare i bilanci, al settore cultura viene richiesta una sensibile contrazione della spesa, perché la maggior parte dei suoi capitoli di spesa sono quelli considerati comprimibili.

Tanti  gli spunti di riflessione  più attuali, come la valutazione dell’impatto della riduzione dell’azione culturale di quegli enti come le Città Metropolitane che pur possedendo beni, hanno perso o hanno di molto ridimensionato le loro competenze in campo culturale, lasciando un vuoto di governance tra i diversi livelli istituzionali.

finanziamenti

O ancora  le potenzialità dei nuovi provvedimenti e strumenti governativi,  come l’Art Bonus, che incoraggia mecenatismo e partecipazione, portando nei territori più di 120 milioni in due anni e  che vede la Lombardia come regione ai vertici tra i beneficiari. Condivido molto la proposta di Federculture di allargamento della piattaforma dei beneficiari (non solo enti pubblici non solo beni culturali) e dei finanziatori, ampliamento che darebbe ancora più rilevanza ad Art Bonus. 

Consolidiamo la convinzione che  quando si investe in cultura, si generano vantaggi sociali ed economici, si contribuisce alla crescita della qualità della vita delle comunità, e alla capacità attrattiva dei territori, che incoraggia il  turismo, e attira comunità professionali creative, che incidono in modo tutt’altro che marginale sui processi di riqualificazione urbana e sociale dei territori e delle città.

I territori e gli enti locali sono i contesti dove più si misura la funzione sociale ed economica della cultura, di quanto può configurarsi come  motore di sviluppo in tempo di crisi, per il sistema di imprese dell’economia dei territori e per i suoi cittadini.

Milano ha visto negli ultimi anni crescere l’offerta culturale, in qualità oltre che in quantità,  tanto che la nostra città si è  definitivamente affermata come un polo culturale di livello internazionale, con un annata straordinaria anche nel 2016.

E questo perché ha incrementato la spesa in conto capitale relativa alla funzione Cultura, ma anche perché ha cambiato visione, e ha saputo ridisegnare i rapporti  con privati e Fondazioni,impostandoli su obiettivi comuni, ha diversificato e articolato l’offerta,  e oltre ad investire strategicamente sulle istituzioni culturali storiche, ha valorizzato e creato sistemi con le attività e le strutture culturali del territorio (le biblioteche e il sistema dei teatri), ha consolidato le relazioni con la filiera della formazione,  ha facilitato e supportato la nascita o la crescita  di nuove realtà culturali, che hanno scommesso anche su luoghi decentrati (Mare Culturale Urbano, Laboratorio Formentini, Fondazione Prada, BASE) , ha introdotto modelli e progetti  non occasionali di cultura diffusa (BookCity e Piano City), con l’obbiettivo di far crescere il patrimonio di conoscenza e l’accesso al sapere di tutta la sua comunità.

In una parola Milano è sempre più il luogo dove  la parola Cultura non significa solo Bene Culturale  ma anche attività culturale (una contrapposizione che putroppo ancora resiste, speriamo sempre meno però),  perché è il tempo di dare pari dignità ad entrambe e sollecitarne la complementarietà, l’alleanza, che consente di produrre  nuova cultura, Questa  è la chiave di uno sviluppo efficace e proficuo, perché la cultura ha tante facce e la scelta vincente è quella di tenere insieme le sue tante anime e fare in modo che si confrontino sempre più spesso con continuità e sempre più in profondità.

Qui una sintesi del rapporto.

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Perché non possiamo tornare ai CIE

gennaio 14, 2017 § Lascia un commento

Torno sulla proposta (ne ho già brevemente parlato qui)  del  Ministro dell’Interno Marco Minniti e del  capo della Polizia Gabrielli, che all’interno del nuovo piano per il respingimento dei migranti irregolari inserisce l’apertura di almeno un CIE in ogni Regione.

  • Cosa sono i CIE, perché sono nati, cosa succede al loro interno?

I CIE, centri di Identificazione e di Espulsione,  istituiti dal 2008 in Italia, sono strutture dove cittadini stranieri in condizioni di irregolarità, sono trattenuti (anche fino a 12 mesi) in attesa di espulsione, nonostante il reato di ingresso e soggiorno illegale si configuri come un illecito amministrativo, senza rilievo penale.

Dei 15 centri creati in origine  ora ne restano attivi solo 4, dopo la chiusura di diverse strutture per inadeguatezza legale, condizioni dei trattenuti, motivi di ordine pubblico, o la loro riconversione funzionale.

cie

Sono strutture costose che richiede investimenti ingenti per spese di manutenzione e ristrutturazione degli stabili, che hanno rivelato molte criticità , documentate anche dal recente aggiornamento del 2 gennaio, del RAPPORTO SUI CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE IN ITALIA, redatto dalla Commissione  del Senato per la tutela dei diritti umani, presieduta da Luigi Manconi.

In questi luoghi vengono trattenute (in stato paragonabile alla detenzione e in una situazione di promiscuità) persone con status giuridico e percorsi migratori molto diversi: migranti appena giunti in Italia, richiedenti asilo, cittadini comunitari, stranieri presenti da molti anni in Italia senza più un contratto di lavoro regolare, immigrati con il permesso di soggiorno scaduto. E inoltre migranti provenienti istituti carcerari (che avrebbero dovuto procedere alla loro identificazione durante  il periodo di reclusione) e che si trovano invece a dover scontare una sorta di “estensione della pena” nei CIE.

  • Perché non sono più proponibili?

La commissione  del Senato e le associazioni che lavorano nel campo dei Diritti Umani, hanno ripetutamente denunciato come i CIE siano strutture assolutamente prive di condizioni di vita dignitose, inadeguate per condizioni igieniche, senza possibilità di accesso alle cure, dove vige la totale privazione di altri diritti fondamentali.

Il rimpatrio forzato  dei transitanti dai CIE si è rivelata una misura fallimentare e non esiste una normativa comune ai Paesi Europei che regoli i rimpatri. La gestione dell’immigrazione irregolare deve essere capace di risposte che rispettino sempre la dignità umana, risposte diversificate a seconda delle categorie di migranti, che tutelino soprattutto le più vulnerabili.

Il Governo può e deve  mettere in atto modalità differenti  di identificazione per velocizzare le procedure di espulsione, con soluzioni  alternative al trattenimento e alla detenzione  che rispettino sempre  la dignità delle persone; come il rimpatrio volontario assistito (RVA&R), che consente ai cittadini dei Paesi terzi presenti in UE di ricevere aiuto per ritornare in modo consapevole nel proprio paese di origini in condizioni di sicurezza e con un’assistenza adeguata (per il quale è stato pubblicato anche un bando del Ministero degli Interni nel marzo 2016, che fa riferimento al Fondo Europeo per i Rimpatri).

Occorre poi maggiore determinazione  e una revisione delle modalità con cui stabilire rapporti bilaterali di cooperazione con i Paesi d’origine  (oggi si contano sulle dita di una mano) finalizzati alla riammissione, per individuare nazionalità, completare l’identificazione e procedere al rimpatrio.

 Ma soprattutto è necessario e urgente un Piano organico e strutturale per l’immigrazione, capace di andare oltre l’emergenza, in grado di articolare e gestire interventi coordinati e condivisi con gli Enti Locali, per garantire maggiori risorse, finanziarie e di personale, a supporto dei Comuni che affrontano le imponenti ondate migratorie di rifugiati e richiedenti asilo, per potenziare un sistema di accoglienza diffuso, libero da monopoli speculativi, che comprenda anche la valorizzazione dei percorsi personali e il supporto allo svolgimento di attività para-lavorative dei migranti.

I CIE non sono la soluzione al problema, né lo strumento adeguato per dare risposte, e il centro di via Corelli  serve così com’è : ad accogliere e non a rinchiudere e trattenere.

Indietro non si torna.

 

#Dopolemafie, un progetto per la valorizzazione e la gestione partecipata dei #beniconfiscati

gennaio 13, 2017 § Lascia un commento

I beni confiscati alle Mafie possono essere una risorsa importante per i Comuni, ma spesso non è semplice per l’Ente Locale occuparsi di tutti i diversi aspetti legati alla gestione dei beni, questa difficoltà  rallenta  e a volte ne compromette l’utilizzo lasciandoli in stato di abbandono.

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L’Associazione Culturale e di promozione sociale Circola – Cultura, Diritti, Idee in movimento, coordinata da Veronica Dini che ha ideato il progetto,  ha creato Dopo le mafie, un progetto per la valorizzazione e la gestione partecipata dei beni confiscati.

Un modo per dare un sostegno concreto  ai Comuni, grazie ad una squadra di persone con competenze diverse  in grado di sciogliere i nodi che i Comuni da soli non possono  affrontare.

 

Qui trovate più informazioni sul progetto e le modalità per sostenerlo.circola_logo_2vettoriale.jpg.140x140_q85_crop.jpg

 

 

 

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