I medici a gettone non risolvono le criticità dei Pronto Soccorso: servono interventi strutturali

luglio 8, 2022 § Lascia un commento

Medici in appalto come qualsiasi altro servizio ospedaliero, dalla mensa alle pulizie, alla lavanderia.

Però con una differenza sostanziale: pare evidente che affidarsi ai cosiddetti gettonisti può essere una soluzione solo temporanea e non la prassi come sembra stia diventando.

Soprattutto quando le necessità riguardano i pronto soccorso, dove c’è una sproporzione più marcata tra la domanda sanitaria di emergenza e le risorse di personale disponibili.

Ne scrive diffusamente un articolo sul sito valigiablu dove viene spiegato nel dettaglio il fenomeno.

Leggendo l’articolo, molto dettagliato, scopriamo che in Veneto vi fa ricorso il 70% degli ospedali, in Liguria il 60%, in Piemonte il 50%. In Friuli Venezia Giulia e nelle Marche tutte le strutture sanitarie ricorrono ai medici a gettone. In Lombardia da anni sappiamo che, soprattutto negli ospedali più grandi, il sistema è applicato sistematicamente.

E attenzione: non è un modo come un altro per supplire alla carenza di personale, perché, come denunciano le stesse associazioni di categoria, spesso i medici a gettone non hanno un’adeguata preparazione e non è raro che nei pronto soccorso lavorino neolaureati non specializzati. Come è possibile? Semplicemente perché i nosocomi si affidano non direttamente al medico specializzato che vuole arrotondare, ma alle cooperative o alle società tra professionisti che, come nel caso di ogni appalto, offrono il massimo ribasso pur di vincere, ma poi non trovano operatori preparati che accettino paghe orarie non consone.

Ci sono, inoltre, altre variabili, come il fatto che un gettonista, che lavora cioè poche ore in una determinata struttura, non conosce affatto la sua organizzazione e più che agevolare, involontariamente ostacola.

Succede anche che cooperative o società mettano a disposizione medici stranieri che ancora non conoscono la lingua, che, come capiamo benissimo, invece, in casi di primo punto di soccorso, è fondamentale nella comunicazione con il paziente.

Senza contare che c’è una sorta di “turismo” del gettonista: pare che girino di regione in regione, su tutta Italia, un giorno per l’altro, stanchi, con troppe ore sulle spalle e magari in ritardo per problemi di aerei o treni. Decisamente non la migliore soluzione per avere performance quanto meno sufficienti.

Ma qual è il problema che ha portato a una situazione tanto assurda?

Valigiablu richiama l’attenzione sulla cronica carenza di medici negli ospedali, fenomeno evidente anche in Lombardia.

Ma in particolare il 45% dei Pronto Soccorso italiani è in grave sofferenza, mancano circa 4.500 medici: sono circa 600 i medici dell’emergenza e urgenza che si sono dimessi nel 2022 , circa 100 al mese.

Gli organici attuali sono limitati a 9-10 medici; ne servirebbe almeno un terzo, se non il doppio in più considerando anche il carico di pazienti di questi reparti di urgenza: se in un reparto di medicina generale ogni medico ha dieci pazienti in carico, nei pronto soccorsi questo carico arriva fino a 30 pazienti, spesso in condizioni critiche di salute, e anche sociali, e di cui non si sa nulla.

“La somma dei fattori ha implementato il valore stimato delle carenze portandolo sempre più prossimo alle 5000 unità – spiega Simeu (Società italiana medicina d’emergenza-urgenza). Un problema sempre più grave che continua a non trovare proporzionata attenzione e interesse. Un disinteresse che incide molto sulle scelte dei professionisti rispetto al proprio futuro: se coloro che lasciano fossero raggruppati in team operativi corrisponderebbero a 4/5 centri di soccorso che non esisterebbero più. Cancellati, spariti”.

E questo perché negli anni i posti nelle scuole di specializzazione erano inferiori al numero di laureati in medicina. Oggi il Ministero della Salute ha messo a disposizione un numero maggiore di borse di specializzazione e noi stessi, come Pd, abbiamo sollecitato più volte Regione Lombardia ad attivarne di proprie. Ma poi gli specializzandi ci mettono tempo a completare la formazione e questo si riverbera sull’attuale stato delle cose.

Senza contare il fatto che i neolaureati, sapendo come si lavora nel reparto che interfaccia per primo con i cittadini, non scelgono la strada della medicina di emergenza-urgenza. Da qui il ricorso ad appalti e a cooperative e società che non sempre sono in grado di offrire il meglio.

Insomma, il risultato finale è che si rischia lo smantellamento del sistema sanitario pubblico perché, assumendo poco e pagando poco i medici che lavorano nel settore pubblico, li si spinge sempre più verso il privato o il mercato degli interinali.

Dunque, la strada da intraprendere è tutt’altra e chiede prima di tutto risorse per intervenire in modo strutturale e non episodico.

Altrimenti, come il Covid ci ha insegnato, non solo nella routine quotidiana, ma, quando sarà il momento, ci faremo di nuovo trovare impreparati.

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